Ivan de la Pena: il piccolo Buddha che non lasciò alcuna traccia in Italia

Ivan de la Pena: il piccolo Buddha che non lasciò alcuna traccia in Italia

Maggio 12, 2022 Off Di expodigitale

Negli anni ‘90, l’Italia era la meta prediletta dei migliori calciatori del mondo, che giungevano nel Belpaese grazie ai lauti stipendi offerti dai presidenti dei club nostrani. L’elenco dei campioni, o presunti tali, che sbarcarono nello Stivale è lungo, ricco di nomi – come, ad esempio, Bergkamp e Henry – che fallirono in Italia ma divennero delle autentiche icone del calcio mondiale e delle rispettive nazionali.

In questa cerchia di campioni affermati non rientra certo Ivan de la Pena, che verso la metà degli anni ‘90, però, sembrava un predestinato. Lo spagnolo, infatti, si impose all’attenzione generale quando, non ancora ventenne, disputò una grande stagione con la maglia del Barcellona, club nel quale aveva tutta la trafila nella arcinota “Cantera Blaugrana”, che in quegli anni sfornò svariati talenti che hanno condotto la Spagna, poi, alla conquista del mondo.

L’approdo, controvoglia, alla Lazio: un flop dell’era d’oro della Lazio

Tra questi, però, non si può includere il “Piccolo Buddha”, che con la maglia delle Furie Rosse, tuttavia, riuscì a collezionare cinque presenze nella piena maturità calcistica, quando divenne il simbolo della parte meno nota di Barcellona, quella che tifa per l’Espanyol, i cui supporters si differenziano, sensibilmente, dai cugini di casa al Camp Nou: i primi sono fortemente nazionalisti, i secondi, invece, chiedono a gran voce l’indipendenza della Catalogna.

Eppure, se si riavvolge il nastro della memoria, quel calciatore spagnolo, dotato di una tecnica sopraffina ed elegante, sembrava destinato a raccogliere chissà quante presenze con la maglia della propria nazionale.  Tutto cambiò quando Ivan, su pressione anche della società di appartenenza, accettò il trasferimento alla Lazio, un club che in quegli anni era di prima fascia a livello internazionale.

Un club amato da moltissimi abitanti della Regione Lazio ed annovera fan all’estero che, proprio negli anni ‘90, si innamorarono del club biancoceleste ammirando le gesta della squadra allenata da Sven Goran Eriksson e oggi restano aggiornati su quanto accade a Formello e dintorni grazie a portali come Lazio Family, il sito più autorevole per restare informati tramite le  Lazio News su quanto accade nel mondo biancoceleste

Il Piccolo Buddha non incantò in terra romana

Il trasferimento di De la Pena alla Lazio, che coincideva con l’approdo di Christian Vieri in maglia biancoceleste (acquistato dall’Atletico Madrid per una cifra vicina ai 50 milioni), fece letteralmente impazzire i tifosi laziali, reduci da una buona annata nell’anno precedente (vittoria della Coppa Italia e finale di Coppa UEFA).

L’annata di Vieri e De la Pena, però, fu totalmente agli antipodi: il primo, nonostante qualche acciacco, riuscì a trascinare la Lazio alla vittoria della Coppa delle Coppe e ad un passo dallo Scudetto, perso rocambolescamente in favore del Milan di Zaccheroni; il secondo, invece, non lasciò alcuna traccia.

Un trasferimento quasi “forzato”, considerato che Van Gaal non lo reputava adatto alla propria filosofia calcistica e il Barça era ben lieto di incassare un assegno da 30 miliardi, che probabilmente Ivan non metabolizzò del tutto. Basti pensare allo stato di forma, tutt’altro che esaltante, col quale si presentò in ritiro, che passò in secondo piano quando lo spagnolo fu tra i protagonisti della vittoria della Supercoppa Italiana, vinta ai danni della Juventus di Marcello Lippi.

Da promessa del calcio mondiale a vate dei Periquitos: l’involuzione di Ivan

Quello, di fatto, fu il primo e unico ruggito del “Piccolo Buddha” con la gloriosa maglia biancoceleste. Durante il resto della stagione racimolò solo 22 presenze tra Campionato, Coppa Italia e Coppa delle Coppe, manifestazione, quest’ultima, che la Lazio vinse a Birmingham contro il Maiorca di Hector Cuper.

Un anno talmente disastroso, complice la scarsa propensione al sacrificio sia in partita che in allenamento, che convinse la Lazio a cederlo in prestito al Marsiglia, prima, e al Barcellona, poi, dove confermò di essere diventato l’ombra di sé stesso. Solo all’Espanyol, dove militò per un decennio, seppe ritagliarsi un ruolo da protagonista, in un club con ambizioni limitate e che lo lasciò ai margini del grande calcio internazionale, palcoscenico al quale sembrava destinato.