Risarcimento per trasfusione sangue infetto

Risarcimento per trasfusione sangue infetto

Luglio 20, 2022 Off Di expodigitale

Secondo le stime, circa 120.000 persone hanno contratto l’HIV o l’epatite nei decenni compresi tra il 1970 e il 1990, a seguito di trasfusioni di sangue infetto: cifre che sono più alte di quanto ci si possa aspettare e che risalgono a un’epoca in cui le sacche di sangue venivano sottoposti a controlli decisamente meno meticolosi di quelli possibili oggi, grazie all’evoluzione della tecnologia e delle conoscenze.

Gli episodi di risarcimento danni sangue infetto che oggi sono presi in carico dagli avvocati risalgono infatti generalmente a quell’epoca e riguardano sia le persone interessate dall’evento, sia gli eredi o i familiari danneggiati.

Ma quali sono stati, e quali sono, i principali rischi derivanti dalle trasfusioni e come funzionano i risarcimenti in questi casi?

Quali sono i rischi delle trasfusioni?

Il contagio da emotrasfusione indica tutte le conseguenze che si possono avere da
una trasfusione di sangue, plasma, piastrine o globuli rossi. Le trasfusioni ematiche vengono generalmente eseguite nel caso di gravi traumi e incidenti, ma anche per il trattamento di emofilia, anemia, talassemia o altre importanti patologie che riguardano il sangue o i suoi componenti.

Tra le malattie che possono essere contratte attraverso le trasfusioni di sangue infetto si possono annoverare l’HIV, ma anche l’epatite B e C, causate dai virus Hbv e Hcv. In sintesi, qualsiasi agente patogeno che circola attraverso il sangue può essere trasmesso attraverso le trasfusioni ematiche.

I centri che raccolgono sangue e le strutture sanitarie sono tenute a eseguire stringenti controlli su ogni sacca di sangue che intendono impiegare sui pazienti, per abbattere il rischio di possibili contagi. Inoltre, si escludono oggi dall’accesso alle donazioni tutti i donatori che potrebbero avere comportamenti a rischio, in modo da abbassare ancora di più le possibilità di contaminazioni.

Tuttavia, i pericoli non possono essere del tutto scongiurati, sia per via dei lunghi tempi di incubazione di alcune infezioni, sia perché non tutti i potenziali patogeni possono essere riconosciuti dai testi di laboratorio attualmente disponibili.

I soggetti che, ieri oppure oggi, dovessero risultare contagiati da virus o infezioni trasmissibili attraverso emotrasfusioni, vengono tutelati dalla legge e possono ricevere sia indennizzi statali, sia risarcimenti danni supplementari. La procedura per richiederli e riceverli deve seguire precise vie legali ed è spesso indispensabile il supporto di un esperto o di un avvocato per riuscire a ottenere quanto spetta in tempi ragionevoli.

Ma l’esistenza di una legge ad hoc per questo delicato argomento prova a dare giustizia a tutti coloro i quali hanno, purtroppo, subito ingiusti danni a causa di trattamenti medici spesso indispensabili, come le trasfusioni.

Come funziona l’indennizzo per trasfusioni con sangue infetto?

È la legge 210 del 1992 a tutelare i pazienti che in seguito a una trasfusione di sangue infetto hanno contratto l’Hiv, l’epatite o un’altra malattia cronica invalidante, che arrechi danni permanenti e invasivi al corpo e ai suoi organi. Ovviamente, perché l’indennizzo sia riconosciuto è necessario ricostruire e provare il nesso di causalità tra la trasfusione di sangue o emoderivati e l’infezione sviluppata.

L’indennizzo consiste in un assegno vitalizio: viene versato ogni due mesi e il suo importo complessivo varia in base alla gravità della patologia riscontrata. Per 15 anni dopo il decesso del soggetto interessato, l’assegno è anche reversibile agli eredi, che possono ricevere sia l’assegno di reversibilità, sia un importo una tantum di circa 77.000 euro. Un indennizzo può essere riconosciuto ovviamente anche al coniuge o ai figli contagiati dal soggetto risultato infetto in seguito alla trasfusione.

Oltre a chiedere l’indennizzo in base alla legge 102/92, è possibile anche citare in causa diversi soggetti, per ottenere un risarcimento danni. In primis, si può citare il Ministero della Salute, che risponde del danno per una responsabilità extracontrattuale, per la mancata vigilanza circa la sterilità e la sicurezza delle sacche di sangue utilizzate nel momento della trasfusione.

Ma a rispondere attivamente degli eventuali danni causati dalle emotrasfusioni è anche la stessa struttura medica in cui la trasfusione è stata ricevuta, che risponde invece con una responsabilità contrattuale per il suo operato. Per poter procedere con questo tipo di richiesta di risarcimento danni è necessario riuscire, anche in questo caso, a dimostrare l’evidenza del danno, fisico e/o psicologico derivante dalla trasfusione infetta.

Una volta superato con successo questo passaggio, ai soggetti interessati vengono risarciti i danni patrimoniali e non patrimoniali connessi all’accaduto. Ad essere coperte sono quindi sia le spese sostenute per le cure mediche che si sono rese necessarie a causa della patologia, sia i danni esistenziali, morali e biologici scaturiti dall’evento.

Tale domanda di risarcimento dovrebbe essere inoltrata entro 5 anni dal momento in cui la patologia derivante da trasfusione viene scoperta e accertata, nel caso si voglia chiedere risarcimento per un danno da responsabilità extracontrattuale. I tempi di prescrizione si allungano a 10 anni se si desidera essere risarciti dalla struttura medica che ha eseguito la trasfusione.