Quando rivolgersi allo psicologo infantile?

Quando rivolgersi allo psicologo infantile?

Gennaio 21, 2021 Off Di expodigitale

Il periodo dell’infanzia è ricco di stimoli e tappe importanti. Fare in modo che i bambini lo vivano nel migliore dei modi è cruciale. Impegnarsi a tal proposito significa, per forza di cose, considerare anche l’eventualità di situazioni difficili, davanti alle quali può rivelarsi necessario rivolgersi a uno psicologo infantile.

Quali sono le circostanze in cui può rivelarsi importante rivolgersi a uno psicologo infantile? Scopriamolo assieme nelle prossime righe.

Psicologo infantile: quando serve?

Prima di entrare nel vivo delle indicazioni di un percorso dallo psicologo infantile, facciamo presente che il punto di vista del pediatra, il medico di riferimento del bambino, è essenziale. Da non dimenticare è il fatto che questo professionista ha il quadro completo della situazione medica del piccolo ed è in grado di capire se un determinato problema è temporaneo e risolvibile o meno.

Detto questo, entriamo nel dettaglio delle situazioni che possono richiedere l’intervento di uno psicologo infantile. In questo novero è possibile includere le frequenti manifestazioni di rabbia, ma anche l’inappetenza, la stanchezza e la perdita di interesse nei confronti della scuola e di attività ludiche.

Per quanto riguarda la scuola, la professionalità di uno psicologo specializzato nelle problematiche inerenti l’infanzia può rivelarsi decisiva per diagnosticare eventuali disturbi specifici dell’apprendimento, come per esempio la dislessia e la discalculia.

A seguito di specifici test, lo psicologo rilascia la diagnosi ufficiale che deve essere poi presentata a scuola in modo da rendere chiara la necessità di programmi scolastici speciali per il bambino.

Proseguendo con l’elenco dei casi in cui può rivelarsi fondamentale l’intervento di uno psicologo infantile, un doveroso cenno va dedicato alle situazioni di stress in famiglia. Quando, per esempio, sopraggiunge una separazione tra i genitori, non bisogna assolutamente trascurare il punto di vista del bambino. Il rischio, in caso contrario, è quello che il piccolo accumuli tensione nel corso degli anni, con ripercussioni sulla serenità nel percorso di crescita.

Come lavora lo psicologo infantile?

Come lavora lo psicologo infantile? Questo professionista, che deve essere in possesso di laurea e abilitazione professionale, inizia il percorso incontrando i genitori. In questo modo è infatti possibile definire sia la situazione di partenza, sia gli obiettivi. Inoltre, grazie all’incontro con i soggetti adulti responsabili del bambino è possibile farsi un’idea della storia familiare, fondamentale per comprendere le dinamiche comportamentali del minore.

Quando si parla di sedute con lo psicologo infantile, è bene specificare che non esiste una regola in merito alla presenza o meno dei genitori. In alcuni casi, il professionista può operare da solo con il bambino, riferendo ovviamente agli adulti responsabili tutto quello che è emerso durante la seduta.

L’interazione continua tra psicologo infantile e genitori è basilare. Grazie ad essa, è possibile non solo fare il punto della situazione, ma anche decidere, sulla base dei risultati raggiunti, se è o meno il caso di iniziare un iter di psicoterapia, percorso che va oltre le consulenze psicologiche e che viene effettuato da un professionista che, dopo l’esame di Stato, ha frequentato una scuola della durata di quattro anni.

Come scegliere lo psicologo infantile

A questo punto, è naturale chiedersi come scegliere lo psicologo infantile. La prima cosa da ricordare è che deve trattarsi di un professionista regolarmente iscritto all’albo. Fa fede a tal proposito il motore di ricerca consultabile sul sito dell’Ordine regionale.

Successivamente è opportuno approfondire la specializzazione, informandosi sulla frequenza di master dedicati al mondo dell’infanzia. Una volta trovato il professionista, è ovviamente necessario un primo incontro, durante il quale deve essere presente anche il bambino.

Nel caso in cui il piccolo dovesse manifestare riluttanza all’idea di iniziare un percorso terapeutico, una buona idea prevede il fatto di spiegargli in maniera estremamente concreta che il dolore può non essere solo fisico – con quest’ultimo anche i bambini piccoli hanno familiarità diretta – e che tutto quello che riguarda la tristezza o altre sensazioni simili merita la medesima attenzione che si dedica a una gamba che fa male o al dolore alla testa.